Via Giustizia, il problema non è il culto ma il metodo

Rendering del progetto per il centro islamico di via Giustizia – immagine diffusa pubblicamente dai promotori del progetto.

di Andrea Sperandio

La vicenda della grande moschea prevista in via Giustizia a Mestre sta assumendo toni che rischiano di allontanare una soluzione invece di avvicinarla. E forse, prima ancora di discutere di religione, integrazione o urbanistica, sarebbe utile riportare la questione su un terreno molto più semplice: quello del metodo e del rispetto delle istituzioni.

Una premessa è necessaria, anche per evitare equivoci. La libertà di culto non è in discussione. Ma il riconoscimento di quel diritto non rende automaticamente dovuto qualunque progetto, in qualunque luogo e con qualunque dimensione. Il punto, dunque, non è se una comunità possa pregare. Il punto è se una specifica grande opera debba essere considerata inevitabile perché desiderata, progettata e già economicamente impostata.

La comunità bengalese ha iniziato da tempo il percorso per acquisire l’area dell’ex segheria Rosso. Il preliminare risale al maggio 2025, quando sindaco era ancora Luigi Brugnaro. Ma già allora era noto che acquistare quell’area rappresentava soltanto un primo passo e che la realizzazione del progetto avrebbe richiesto successive decisioni dell’Amministrazione comunale.

Oggi la comunità sostiene che proprio quella soluzione fosse stata indicata dalla precedente Amministrazione; l’attuale sindaco Simone Venturini replica che non esistono atti ufficiali del Comune che abbiano autorizzato la realizzazione della grande moschea.

Ed è una differenza tutt’altro che secondaria.

Un’interlocuzione politica, una disponibilità o anche un’indicazione ricevuta non equivalgono a un’autorizzazione. E quando si decide di investire somme molto importanti in un progetto che dipende da decisioni pubbliche, sarebbe ragionevole assicurarsi prima che quelle decisioni siano state formalmente assunte.

L’investimento privato merita rispetto, ma non può trasformarsi in una pretesa pubblica. Chi investe milioni in un progetto ancora subordinato alle decisioni delle istituzioni si assume inevitabilmente anche il rischio che quelle decisioni non coincidano con le proprie aspettative.

Nel frattempo è cambiata l’Amministrazione. E il sindaco Venturini non ha nascosto la propria posizione: già nel programma con cui si è presentato ai cittadini aveva scritto chiaramente “No a una grande moschea”, accompagnando quella posizione con la disponibilità a discutere, senza preconcetti, di luoghi di culto rispettosi delle regole.

Si può essere d’accordo oppure no. Ma quella posizione è stata sottoposta agli elettori e oggi non può essere trattata come un’improvvisa ostilità comparsa a progetto ormai definito.

Ciò che però ha reso ancora più difficile il confronto sono state le reazioni successive. Di fronte al no del sindaco è stata prospettata la possibilità di mobilitazioni e persino di uno sciopero capace di incidere su Fincantieri, turismo, alberghi e ristorazione.

Ed è qui che qualcosa non torna.

Cosa c’entra Fincantieri con la moschea di via Giustizia?

Molti lavoratori bengalesi operano nella cantieristica, nell’ospitalità e nella ristorazione veneziana. Il loro contributo è importante e va riconosciuto. Ma proprio per questo non dovrebbe essere trasformato in uno strumento di pressione nei confronti della città.

Manifestare è legittimo. Contestare una decisione è legittimo. Rivolgersi alla giustizia amministrativa è legittimo. Ma evocare la capacità di fermare settori importanti dell’economia perché una decisione delle istituzioni non corrisponde alle proprie aspettative introduce inevitabilmente la sensazione di una prova di forza.

E questo non aiuta.

Venezia non è una città che abbia bisogno di sentirsi ricordare quanto una comunità sia indispensabile al suo funzionamento. È una delle città più conosciute e frequentate al mondo e vive da sempre del contributo di persone, culture e provenienze differenti. Anche per questo merita che il confronto avvenga con misura.

Le istituzioni possono sbagliare. Possono essere criticate e le loro decisioni possono essere impugnate. Ma sono le istituzioni democraticamente elette ad avere il compito di assumere le decisioni che riguardano la città e di risponderne davanti ai cittadini.

Rispetto a un’opera di queste dimensioni, la prudenza espressa dal sindaco Venturini appare quindi comprensibile. E forse la comunità bengalese farebbe bene a riconsiderare non soltanto il progetto, ma anche il metodo con cui sta scegliendo di sostenerlo.

Dialogare non significa ottenere necessariamente ciò che si chiede. Significa anche accettare che una proposta possa essere discussa, ridimensionata o non accolta, e che da un “no” possa nascere la ricerca di una soluzione diversa.

Perché una città non dovrebbe essere messa davanti a un fatto compiuto, così come una comunità non dovrebbe sentirsi esclusa semplicemente perché una sua richiesta non viene accolta nella forma immaginata.

La qualità della convivenza si misura certamente dai diritti che siamo capaci di riconoscere, ma anche dal modo in cui ciascuno rispetta le regole, le procedure e le istituzioni della città di cui è parte.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ricominciare. Non da chi riesce ad alzare di più la voce, ma dalla capacità di sedersi nuovamente attorno a un tavolo, riconoscendo che Mestre appartiene a tutti coloro che la vivono, ma che nessuno, proprio per questo, può considerare già acquisito ciò che la città non ha ancora deciso.